libri anoressici, libri bulimici

claudio paglieri

E’ capitato a molti di noi di entrare in un ristorante di gran nome, vederci porgere un piatto enorme dove quattro pansoti si tengono stretti l’uno all’altro per paura dell’immenso vuoto che li separa dal bordo, e uscire con il portafogli svuotato e lo stomaco che brontola per la fame. Se il rapporto qualità/prezzo viene spesso sbandierato nelle pubblicità dei prodotti, l’idea che si debba conservare un minimo di decoro anche nel rapporto quantità/prezzo è del tutto estranea alla nostra cultura anoressica. Il confronto tra un supermarket degli Stati Uniti e uno europeo basterebbe a chiarire la differenza di mentalità (lì, dove impera la cultura bulimica, tutto è in formato maxi). Ma anche in libreria le cose funzionano più o meno allo stesso modo: difficile che un autore made in Usa, anche di successo, sia avaro di sé. Mentre molti italiani ed europei, una volta imposta sul mercato la “firma”, partoriscono romanzetti stitici nei quali ogni parola vale oro. Soprattutto per chi li compra.

E’ chiaro che la qualità di un libro può essere completamente scollegata dalla quantità delle sue pagine. Ma è altrettanto chiaro che chi paga dieci o quindici euro (ricordiamolo: venti o trentamila lire) vuole poi intrattenersi per un tempo superiore alla mezz’ora. Se poi una storia è ben congegnata e i personaggi  intriganti, a maggior ragione non vogliamo che finisca troppo presto. 

Curiosando tra gli scaffali di una libreria siamo andati a caccia di libri anoressici. Quelli scritti in corpo 12, 14 o 16 o addirittura in quel “corpo Baricco” scovato ai tempi di “Seta” (ma negli ultimi  romanzi l’autore ha ripreso peso, in tutti i sensi). E ci siamo divertiti a calcolare un coefficiente nuovo che possa dare un’idea del loro prezzo reale in rapporto ai concetti che - teoricamente - potrebbero contenere: abbiamo cioè calcolato approssimativamente il numero delle battute del libro, dividendolo poi per un numero magico, quello delle battute minime necessarie per scrivere un romanzo. Per fissare quest’ultimo numero abbiamo subito scartato gli assai citati riassunti “Lui ama lei che ama un altro” (I Promessi Sposi) oppure il “Nacque visse morì” che si può adattare a innumerevoli capolavori. A nostro avviso infatti la migliore storia breve mai raccontata è la seguente: “Produci consuma crepa”, che abbiamo letto spesso (e gratis) sui muri della nostra città. Produci consuma crepa riassume il destino di milioni di persone in appena 21 battute, spazi compresi, ed è questo il numero magico che abbiamo scelto per valutare i nostri anoressici libri.

Prendiamo ad esempio l’ultima raccolta di racconti di Süskind, autore di un capolavoro generoso e abbondante come “Profumo” ma ormai approdato alla grave stitichezza di “Ossessioni” (Longanesi). Trattasi di 60 pagine dichiarate, 51 reali se togliamo quelle bianche, da 29 righe ciascuna (e siamo generosi, le calcoliamo “pieno per vuoto” invece che “vuoto per pieno” come fanno gli imbianchini) , ciascuna da  57 battute. Fa un totale di 84.303 battute, che divise per il numero magico 21 danno come risultato 4.014. Cioè, se Suskind fosse uno scrittore di bravura minimamente paragonabile all’anonimo graffitaro del “Produci consuma crepa” (che d’ora in poi chiameremo fattore PCC) il suo libro “Ossessioni” potrebbe contenere circa quattromila profonde verità, per le quali pagheremmo più che volentieri i dieci euro  (19.362 lire) chiesti da Longanesi. Sarebbero in fondo 4,8 lire a verità. Il fatto è che, dopo avere letto (in mezz’ora) “Ossessioni”, non gli daremmo 4,8 lire per l’intero libro, figurarsi dieci euro.  Non si tratta di pura accademia: le lamentazioni sul fatto che pochi italiani leggono sono continue, da parte di editori, librai, intellettuali, ma pochi sembrano tenere conto del fatto che  uno dei motivi è anche nell’alto costo dei libri: provate a leggere i commenti dei lettori su internet (età media bassa, tasche spesso vuote) e vi accorgerete di quanto l’essere incappati in un brutto libro faccia rimpiangere, più che il tempo sprecato, i tanti soldi buttati. 

Posto a 4,8 il coefficiente di Suskind, siamo andati alla ricerca di altri anoressici. E subito ci è capitato tra le mani un gioiellino di Walter Veltroni, “Senza Patricio”. Lo abbiamo colto con mani tremanti, lo abbiamo aperto, letto da cima a fondo e richiuso (l’intera operazione non ha richiesto molto tempo). Ora c’è la versione economica a 5,90 euro, ma quella lusso ne costava 9,50, per 86.520 battute circa.  Coefficiente 4,4, niente male.  E’ anche giusto dire che Veltroni non è uno scrittore di professione, e ha poco tempo per scrivere. Ma anche Mario Rigoni Stern non scherza. Per esempio, va ancora forte l’ultimo e fortunatissimo “Stagioni”, secco e asciutto come le sue montagne minacciate dalla siccità. 136 pagine per 32 righe da 58 battute  fanno 252.416 battute, che divise per il fattore PCC  (ecco, Veltroni potrebbe chiamare così il suo nuovo partito) portano a quota 12.020, e da lì a un coefficiente di 1,7. Rigoni Stern costa quindi circa un terzo di Süskind.

Andrea Camilleri non ha problemi di anoressia, ha scritto anche libri corposi, ma da un po’ di tempo sembra soffrire di ulcera editoriale, nel senso che deve pubblicare poco e spesso: da Sellerio “Le pecore e il pastore” mette insieme 114 pagine da 28 righe e 53 battute. Totale 169.176 battute, diviso PCC 8056. Il costo di 10 euro dà un coefficiente di 2,4, la metà esatta di Süskind.

Così come esistono i libri anoressici, esistono indubbiamente anche i libri bulimici, favoriti questi ultimi dalla graduale sparizione degli editor (quelli che obbligavano a tagliare, eliminare, asciugare). Sotto la sigla Wu Ming si nascondono ben cinque scrittori che cucinano in proporzione. Il loro “Manituana” ha scalato le classifiche perché i lettori non si sono spaventati di fronte a 608 pagine vendute a 17,50 euro. Saltiamo noiosi calcoli, il coefficiente finale è di 0,6.

Federico Moccia, con il suo “Scusa ma ti chiamo amore” (Rizzoli), è una sorta di “All you can eat”, quei ristoranti dove a prezzo fisso ti portano roba finché non chiedi pietà. Come avviene in quei casi, molti lettori di bocca buona una volta superati gli antipasti non riescono più ad andare avanti; mentre gli adolescenti in crescita divorano tutto dalla prima all’ultima portata. Con 655 pagine da 36 righe e 62 battute (ma siamo generosi, ci sono molti dialoghi brevissimi), vendute a 18 euro, Moccia può vantare un bello 0,5, vale a dire che costa quasi un decimo rispetto a Süskind. Con una differenza: quando esci dal ristorante di Suskind devi fermarti all’Autogrill a mangiare un Fattoria, mentre quando esci dalla trattoria di Moccia senti il bisogno di metterti a dieta.

(Il Secolo XIX, 3 giugno 2007)

 
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