PD James, la baronessa del giallo

Mantova. Quest'anno, in piazza, hanno messo anche un distributore automatico di latte appena munto. Venti centesimi per la bottiglia (di plastica, ma non si può avere tutto), un euro per riempirla con un litro di latte fresco e pannoso che rimanda ad altri tempi, ad altri sapori. C'è una fila così di gente perché il latte vero è quello, e se lo provi capisci l'assurdità dei suoi nipoti, quello a lunga conservazione, quello "alta qualità", quello scremato, pastorizzato o al sapor di cioccolato. Anche il giallo, la "detective story", ha tanti nipoti illegittimi che cambiano veste a seconda delle mode, e a volte provocano allergie e indigestioni. Così ieri, al Festivaletteratura di Mantova, c'era tanta, tantissima gente ad abbeverarsi alla fonte antica di P. D. James, signora ottantaseienne di Oxford (l'accento in effetti è impeccabile) che ha ricordato a tutti qual è - o quale dovrebbe essere - il vero sapore del giallo.
Ha cominciato a pubblicare nel 1962, P. D., e non ha mai tradito alcune semplici regole che da sempre "fanno" la detective story: «Una costruzione solida, con un inizio, uno sviluppo, una fine; ambientazione viva, personaggi forti, un rebus credibile al termine del quale il lettore, che lo abbia o meno risolto, riconosca che era "fair", leale. Tutti questi ingredienti devono essere in equilibrio tra loro».
Letteratura di genere, ma in mano a una professionista solida che si rifà a modelli alti, «Jane Austen per la costruzione dell'intreccio, Graham Greene per la scioltezza narrativa e l'elemento spirituale, Evelyn Waugh per i dialoghi brillanti».
Questo non vuol dire che si debba rinunciare a una certa originalità: l'ispettore Dalgliesh, eroe feticcio, protagonista anche dell'ultimo libro appena uscito per Mondadori, è un poliziotto-poeta, colto, di ottime letture, da Henry James a Chesterton, dalla Bibbia a Shakespeare. «Non vedo perché un poliziotto non possa essere anche un poeta. Volevo che il mio personaggio avesse un certo talento artistico, avevo pensato alla musica ma non ne sapevo abbastanza, così gli ho prestato la mia passione per la poesia. Peraltro Dalgliesh ha letto molti libri che io non ho letto, di letteratura ne sa molto più di me», ammicca P. D.
Vestita con un abito sobrio striato di rosso, un cerchietto in tinta a tenere fermi i capelli bianchi perfettamente curati, la signora sorride con la benevolenza della baronessa (è membro della Camera dei Lord) e la dolcezza della bisnonna. Ma siede dritta, da brava figlia di un ufficiale dell'esercito, e dentro è dura come chi nella vita ne ha viste e superate tante. «Mio marito tornò dalla guerra con una malattia mentale e nessuna pensione. Dovetti occuparmi di lui e delle mie due figlie, accettando un lavoro sicuro nella pubblica amministrazione, e per questo ho cominciato a pubblicare così tardi, e con lunghi intervalli tra un libro e l'altro. Credo comunque che la sofferenza mi abbia aiutata e formata, e che ogni artista dovrebbe provare da giovane tutta quella che può sopportare senza spezzarsi».
Una convinzione che ha inflitto subito al suo personaggio: Dalgliesh infatti ha perso la moglie e il figlio. «Quando ho scritto il primo libro ero cinica; volevo un ispettore che restasse concentrato sulle indagini, senza una moglie sullo sfondo che lo distraeva. Ma volevo anche che avesse dei sentimenti. Così gli ho dato una moglie e un figlio, ma li ho fatti fuori subito», sorride, un po' più mefistofelica questa volta.
«Comunque Dalgliesh ha poi avuto delle storie, anche se non me ne parla. Adesso per esempio è innamorato, ma io rispetto la sua privacy».
E lei? Non è un po' innamorata del suo personaggio? Avrebbe mai il coraggio di ucciderlo? L'accento diventa se possibile ancora più posh: «Innamorata? Oh, no. Ma gli voglio molto bene, e lo rispetto. Quanto all'ipotesi di ucciderlo, la rifiuto totalmente. Usciremo di scena insieme».
Finito l'incontro, la baronessa concede un sorriso e una dedica a ognuna delle 150 persone in coda per l'autografo. Altra classe, altra tempra. Stasera, prima di andare a letto, un bel bicchiere di latte e cinquanta pagine di P. D. James.

(Il Secolo XIX, 9 settembre 2006)
Claudio Paglieri

 
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