Stoner e i libri "di una volta"

Alla domanda “perché hai scritto questo libro”, spesso gli autori rispondono: “Perché volevo raccontare una storia”. Ho già avuto modo di dire che mi sembra una risposta insoddisfacente, se non del tutto sbagliata. La storia in sé, per quanto bella e appassionante, non significa nulla. E’ il modo in cui la racconti che fa di te uno scrittore. Se non sai scrivere, puoi sempre raccontarla in altri modi: girando un film, disegnando un fumetto, o semplicemente tramandandola a voce. Scrivere un romanzo richiede un impegno preciso, quello di “fare letteratura”, o almeno provarci. Il che significa, tra l'altro, porsi di fronte alle grandi domande che riguardano l’uomo, la sua vita, le sue scelte. Il mistero dell’amore e quello della morte. Questo impegno fondamentale mi è tornato alla mente nei giorni scorsi, leggendo un libro che il passaparola sta rendendo un bestseller a quasi cinquant’anni dalla pubblicazione: “Stoner”, di John Williams. Credo non ci sia esempio migliore di come una storia qualunque, di un uomo qualunque, possa diventare letteratura  in mano a un bravo scrittore.

E mi domando anche un’altra cosa: chissà quanti libri degli Anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta allora considerati “normali”, e dimenticati, ci apparirebbero oggi dei capolavori. So che è banale e anche un po’ patetico dirlo, ma una volta esisteva una distinzione chiara a tutti tra editoria di intrattenimento e editoria “superiore”. Si pubblicava meno, ma si pubblicavano libri buoni, a volte addirittura ottimi e destinati a diventare dei classici. Oggi il melting pot letterario ha fatto danni irreversibili. E trovare un bel romanzo nei primi 100 libri più venduti nella classifica di Amazon o di Ibs è sempre più difficile.

 
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