Diecimila ore per diventare Tiger Woods

Il talento non esiste. A decretare il successo in ogni campo, dalla musica allo sport, sono solo e soltanto l’applicazione, la passione, la determinazione con le quali si persegue l’obiettivo. Ma con un’avvertenza: che si tratti di studiare il violino o di colpire una pallina, devi essere pronto a farlo per almeno diecimila ore. La teoria di K. Anders Ericssion, professore di psicologia alla Florida State University, è stata ripresa e diffusa negli ultimi anni da libri come “Outliers” di Malcolm Gladwell o “The genius in all of us” di David Shenk. Il loro obiettivo è spazzare la vulgata dei “geni eccezionali” ereditati dai genitori: in realtà né Mozart né Agassi sono supereroi baciati in culla dallo Spirito Santo, ma persone come noi che fin da bambini hanno passato intere giornate a dedicarsi a una precisa disciplina. Un esempio noto? Il padre di Agassi lo teneva in campo tutto il giorno tutti i giorni, con una macchina sparapalline di sua invenzione, e gli ripeteva: «Un ragazzo che colpisce un milione di palle all’anno non potrà perdere da nessuno».

Folgorato dalla teoria delle diecimila ore, nel 2010 il fotografo americano Dan McLaughlin ha lasciato il lavoro e ha deciso, a 31 anni, di dedicarsi con tutto se stesso al golf.
In diecimila ore, vale a dire sei ore al giorno per sei giorni alla settimana per sei anni, Dan vuole arrivare al livello di un professionista, ottenendo la tessera per il Pga Tour. Se nell’ottobre 2016 ci sarà riuscito avrà dimostrato, appunto, che il talento non esiste. A quel punto la notizia, esaltante o preoccupante a s conda dei punti di vista, è che chiunque può diventare artefice del proprio destino.

Signor McLaughlin, perché ha scelto proprio il golf?
«Primo, perché non ci avevo mai giocato: così potevo partire da zero. Secondo, per ridurre il peso di altri fattori come il fisico e l’età: a trent’anni, e con un’altezza normale, non potevo dedicarmi al basket. Terzo, perché il golf è uno sport misurabile, nel quale esiste un sistema di punteggi che permette di verificare facilmente i tuoi progressi».

Finora è riuscito a rispettare i suoi obiettivi?
«Sì, proseguo sui binari che mi ero prefissato. Sono arrivato a handicap 12 lo scorso anno e attualmente, giunto a circa un terzo delle diecimila ore, ho un handicap 5,8. Il prossimo obiettivo è diventare uno “scratch golfer” (handicap zero, ndr) entro le cinquemila ore, che scadranno a dicembre 2013».

E a quel punto quanto sarà distante da un professionista?
«I pro hanno un handicap tra +4 e +6, tra uno scratch golfer e un pro c’è la stessa differenza che c’è tra un handicap zero e un handicap 18. Se arrivo a handicap zero in cinquemila ore, avrò altrettanto tempo per la seconda parte del programma».

Finora ha incontrato più difficoltà dal punto di vista tecnico o mentale?
«Difficile dirlo, perché l’aspetto tecnico non si può mai considerare “finito”: lavorerò su quello finché giocherò a golf. L’aspetto mentale, d’altra parte, è quello su cui sto cominciando a lavorare adesso, avendone compreso l’importanza. Detto questo, la cosa più difficile da imparare è “come superare in fretta i fallimenti”. Il golf non è uno sport per infallibili, e per diventare bravi è fondamentale imparare a dimenticare le giornate nere e proseguire. Imparare questa lezione ha comportato molto duro lavoro, ma credo che sia la lezione più importante che puoi imparare su un campo da golf».

Secondo lei, la teoria delle diecimila ore funziona meglio per chi è molto giovane? O si può cominciare anche a 50 anni?
«Personalmente, credo che questa teoria non abbia limiti di età. Il vantaggio dei bambini è che ricordano le lezioni, mentre a volte gli adulti tendono a non dare la priorità alle nuove lezioni, e a dimenticare quello che hanno appena imparato. Ma, finché mantieni una mente aperta e ti focalizzi sul migliorare le tue debolezze, qualunque cosa è possibile. L’applicazione e la determinazione sono la chiave».

Però è difficile negare che Tiger Woods, o Leo Messi, hanno qualcosa di speciale anche rispetto ad altri giocatori professionisti.
«Io non credo né nel “talento”, né nei “doni naturali”. Lavoro duro, passione, ossessione, perseveranza e volontà sono ciò che spinge le persone ai massimi livelli, in ogni campo. La differenza tra Tiger Woods e Phil Mickelson è minima, ma può diventare massima durante un torneo perché dipende da come lo hanno preparato. Lo stesso vale per Messi e gli altri, sarebbe interessante poter studiare le differenze nel loro atteggiamento fin dalle prime volte che hanno calciato una palla. Comunque, è sempre il duro lavoro che permette a un giocatore di brillare al di sopra degli altri».

Quali sono i suoi giocatori preferiti? E il campo preferito?
«Domanda difficile. Mi piace lo swing dei giovani come Rory McIlroy e Rickie Fowler, Hunter Mahan, Ryo Ishikawa. ma mi ispira anche la costanza di Striker, e il solido gioco mentale di Jason Dufner. Boo Weekley e Scott Stallings sono divertenti da vedere, e Tiger, quando è caldo è ancora il migliore di tutti. Quanto al campo, Columbia Edgewater a Portland, Oregon».

In questi due anni, quale è il colpo migliore che le è riuscito?
«Il colpo più eccitante l’ho fatto nel gennaio 2012, giocavo solo da un mese con un set completo di mazze. Ero su un par 4 corto, ho mandato il primo drive a 86 yard dalla buca, e da lì ho centrato il mio primo eagle di sempre, da due colpi invece di quattro. Da allora non ci sono più riuscito».

Nel 2016, se riuscirà davvero ad arrivare al livello dei professionisti, cosa farà? Giocherà a golf o si dedicherà a un’altra sfida?
«Prima di decidere di dedicarmi al golf, avevo pensato di provare con la musica, e a un certo punto della mia vita intendo farlo. Ma al momento penso solo a migliorarmi nel golf, al 100%, e non ho considerato cosa succederà dopo le diecimila ore. Comunque amo questo gioco e credo che resterò un golfista per il resto della mia vita: su questo non ci sono dubbi».

Claudio Paglieri (Il Secolo XIX, 28 novembre 2012) 

 
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