Il killer e il suo doppio

William Wilson è un nome piuttosto comune in America, senz’altro più di Matteo Biggi in Italia. Ed è il nome scelto da Edgar Allan Poe per un suo racconto del 1839. Il protagonista, un ragazzo ricco e di successo, conosce a scuola un coetaneo che ha il suo stesso nome, ma è di estrazione e modi volgari. Il William Wilson plebeo comincia a seguirlo, a imitarlo, a tormentarlo; denuncia le sue debolezze e i suoi peccati e finisce per renderlo ridicolo agli occhi degli amici. Finché i due arrivano all’inevitabile scontro finale nel quale il protagonista accoltella a morte il suo doppio, salvo scoprire di avere colpito uno specchio.
La fantasia degli scrittori ha utilizzato spesso il tema del Doppelgänger, “La metà oscura” (secondo Stephen King) di ciascuno di noi. Forse perché gli scrittori sono obbligati a chiedersi continuamente “che cosa succederebbe se”, a esplorare le infinite possibilità di scelta dei protagonisti, ciascuna delle quali porta a sviluppi della trama diversi se non opposti. Molti scelgono di vivere sulla carta le esperienze che non possono o non vogliono vivere nella realtà, soddisfacendo così l’innato bisogno di ognuno di noi di vivere più di una vita.
In genere il contrasto è quello tra una vita regolare, ordinata, prudente e una vita sregolata, dedita a quei vizi che la società non è disposta ad accettare. Il ritratto di Dorian Gray, anch’esso concluso da una coltellata al ritratto, e lo stesso Dottor Jekyll e Mister Hyde appartengono a questo filone. Ma un altro potente motore di contrasto tra due “doppi” può essere quello del successo contro l’insuccesso, per esempio con le donne o sul lavoro, o naturalmente della ricchezza contro la povertà. “Il talento di Mister Ripley” di Patricia Highsmith, in cui un giovane spiantato finisce per uccidere l’amico milionario e sostituirsi a lui, copiandone le fattezze, i gesti, il modo di parlare e di vestirsi, ne è un perfetto esempio.
I due Matteo Biggi avevano la stessa età e lo stesso lavoro, come portuali. Ma secondo quanto emerge dalle prime testimonianze non potevano essere più diversi: uno dipingeva e al mattino, svegliandosi, guardava il mare. L’altro era caduto in depressione e guardava soprattutto dentro se stesso. Uno aveva il fisico palestrato, andava a cavallo, aveva 1.863 amici su facebook dove esibiva con orgoglio foto con bellissime ragazze. L’altro aveva rotto con la fidanzata, era tornato a vivere con i genitori, e su facebook, se c’è, non è facile trovarlo. Un contrasto netto, assoluto, tanto che non è difficile credere a chi giura che Matteo Biggi invidiava Matteo Biggi, anzi ne era quasi ossessionato.
È invece difficile credere che tra i due non ci fossero stati contrasti, in precedenza. Il confronto con se stessi o comunque con la propria metà oscura, o in questo caso solare, è lungo e doloroso. Non è facile liberarsi dei proprio sogni, e neppure dei propri incubi perché fanno comunque parte di noi. Forse non è solo per praticità o mancanza di alternative che l’arma scelta per l’omicidio sia un coltello. Si uccide con la pistola chi è altro da te, chi non vuoi toccare con le tue mani, mentre il coltello comporta passione, volontà di penetrare l’altro per possederlo un’ultima volta, o provare a scoprirne i segreti.
Matteo Biggi l’assassino spiegherà meglio i motivi del suo gesto. Mentre Matteo Biggi la vittima non potrà mai rivelarci se anche lui era, in qualche modo, ossessionato dal suo doppio. Se era sollevato dal fatto che fosse toccata all’altro la parte più difficile, e se qualche volta temeva di fare la stessa fine, di perdere tutte le belle cose che aveva guadagnato nella vita e precipitare, anche lui, nella metà oscura.
In letteratura il duello tra i doppi si conclude a volte con la morte del Bianco, a volte con la morte del Nero. Ma qualunque sia l’esito, è inevitabile che i due restino legati per sempre allo stesso destino. «Tu hai vinto e io muoio - dice al suo doppio il William Wilson di Allan Poe alla fine del racconto - ma d’ora innanzi anche tu sei morto, morto al mondo, al Cielo e alla speranza! Tu esistevi in me, e ora tu vedi nella mia morte, in questa stessa immagine che è la tua, come abbia assassinato te stesso!».


Claudio Paglieri (Il Secolo XIX, 13 novembre 2012)

 
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