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Un sogno lungo diecimila ore
sabato 16 aprile 2011
La “teoria delle diecimila ore”, appresa nel libro che sto leggendo e di cui vi ho parlato due post fa ("The Genius in All of Us", David Shenk), mi affascina e sta scavando dentro di me un piccolo vuoto destinato ad allargarsi, finché non mi deciderò a colmarlo. In sostanza la teoria dice che tutti i Grandi in uno sport o in un’arte ci si sono dedicati con costanza e inesausta passione per una media di diecimila ore, circa tre ore al giorno per dieci anni. Vale per Mozart come per Maradona. La passione può essere trasmessa dai genitori o dall’ambiente ma molti, come sostiene James Hillman nel “Codice dell’anima”, rispondono semplicemente alla loro ghianda interiore che chiede di essere innaffiata fino a diventare quercia. Da bambino e ragazzo ho dedicato di sicuro diecimila ore alla lettura dei fumetti, e altrettante a vedere qualunque sport (calcio, basket, tennis, atletica), tanto che ancora oggi quando me ne occupo mi sento “nel mio”. Fumetti e sport sono gli argomenti nei quali mi sento più competente, e anche se non sono diventato né Magnus né Maradona mi hanno regalato giorni di grande felicità. Crescendo, diecimila (e più) ore le ho dedicate a scrivere libri, e ne sono altrettanto soddisfatto. Ma ora, a 45 anni, mi affascina l’idea di cominciare da zero una nuova avventura che impegni i miei prossimi 10 anni. Non so ancora se sarà una cosa più “fisica” (tipo fare arti marziali o giocare a golf) o più “intellettuale” (tipo imparare il cinese o dipingere), ma a 55 anni, sperabilmente già in pensione o molto vicino, mi piacerebbe poter salire sulla mia giovane quercia e guardare ancora più lontano.
 
Dalla-DeGregori, l'Italia che resiste
venerd́ 15 aprile 2011
Trenta e più anni fa avevo assistito al mitico "Banana Republic" di Dalla & De Gregori al Palasport di Genova. Era il mio primo concerto, avevo tredici anni (ancora mi stupisco che mi abbiano lasciato andare solo con un mio amico), e me lo ricordo come il primo bacio (vabbè, non esageriamo). Ieri sera, grazie a mia moglie Marta che ha preso l’iniziativa e i biglietti, mi sono tuffato nella più classica operazione nostalgia, tornando a vederli al Carlo Felice. Tutt’altra atmosfera e acustica, pubblico ovviamente invecchiato, ma altro concerto che ricorderò a lungo. De Gregori, che credevo avesse un po’ perso la voce, al contrario ha acquisito un timbro ancora più evocativo, da brividi ogni volta che attacca “Santa Lucia” o “Sole sul tetto dei palazzi in costruzione”. E Dalla si diverte, fa un po’ il buffone, ma con “Caruso” tocca forse il culmine dell’intera serata. Alcune canzoni non le sentivo da vent’anni, tipo “L’ultima luna”, altre non mi vergogno di dire che le ho cantate – piano – insieme a loro ricordando qualche estate in Riviera o qualche viaggio con le loro cassette. Insomma è stato bello, una di quelle occasioni che ti riempiono di bellezza e di arte e fanno venir voglia di rimetterti a fare le cose che ami. Mi riprometto di tornare più spesso ai concerti, e concludo con un verso che in questo periodo mi piace molto: “Viva l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste, viva l’Italia, l’Italia che resiste”.
 
Geni si diventa
luned́ 11 aprile 2011
Sto leggendo un saggio molto molto interessante, “The genius in all of us” di David Shenk. La filosofia di fondo, supportata da ricerche di laboratorio ed esperimenti, è che ciò che noi siamo non è determinato dai nostri geni, come per molti anni ci è stato fatto credere. Al contrario, i nostri geni sono in continuo mutamento e nulla (o quasi) ci è precluso. Si sapeva già che l’ambiente gioca una parte fondamentale nella nostra crescita fisica e psicologica, tanto che si soleva parlare di nurture+nature. Ma ora si passa a un continuo interscambio. Darwin diceva che un gene modificato per un “errore di trascrizione” può risultare vantaggioso e, trasmettendosi ai discendenti, garantire la sopravvivenza di quel gruppo a scapito degli altri (la giraffa col collo alto mangia le foglie, quelle col collo corto muoiono di fame). Ora invece sappiamo che il gene del collo alto (per dire) può accendersi o meno anche nel corso della vita, interagendo con fattori ambientali come gli ormoni.
Per esempio è stato dimostrato che i giapponesi non sono geneticamente bassi di statura, tanto è vero che i figli di giapponesi nati in California sono molto più alti. Dunque il cibo pesa più – o quanto - i geni. E sul cervello? I taxisti di Londra, città complicatissima, hanno molto sviluppata la parte che presiede all’orientamento spaziale e alla memorizzazione dei luoghi. E chi fa il mestiere da trent’anni l’ha molto più sviluppata di chi ha appena iniziato, segno che non hanno fatto i taxisti perché avevano quella parte sviluppata, ma viceversa. Insommma taxisti non si nasce, ma si diventa. E geni idem. Mozart non era un genio nato dal nulla, ma il figlio di un musicista che lo ha istruito fanaticamente fin dalla più tenera età. Questo non vuol dire che tutti possono diventare Mozart, ma che senza la continua pratica nessuno lo diventa. Una parte interessantissima del libro è appunto questa: numerosi studi sui grandi talenti dello sport o della musica hanno portato a stabilire che tutti quelli che lo sono diventati si sono esercitati furiosamente, con enorme passione e determinazione, e spesso da soli, per una media di diecimila ore. Il talento è questo, dunque: esercizio continuo e capacità di sopportarlo. Occorre tempo a disposizione (diecimila ore sono tre ore al giorno per dieci anni) e per questo, spesso, nello sport a eccellere sono bambini poveri che studiano poco e passano giornate in strada, con la palla. Poi, certo, anche allenandomi diecimila ore io non sarei mai diventato Maradona. Ma Tissone, probabilmente sì.
 
Meschinerie post Olgiata
sabato 02 aprile 2011
Molte cose mi colpiscono, del giallo dell’Olgiata finalmente risolto dopo vent’anni. Ma ce n’è una in particolare, una cosuccia collaterale, che mi mette immensa tristezza. Gli ultimi datori di lavoro del maggiordomo, Manuel Winston Reves, per tre anni non hanno avuto niente da dire su di lui: gli affidavano i figli, si facevano servire la colazione a letto, consideravano lui e sua moglie Rowena due angeli, perfetti, affidabili, servizievoli. Dopo aver scoperto che il maggiordomo aveva ucciso la contessa venti anni fa, hanno sùbito allontanato la moglie, che era già abbastanza sconvolta e disperata per conto suo. Ora ha un marito in galera, tre figli da mantenere e non ha più un lavoro. Senza avere fatto nulla per meritarlo. Credo che avrebbe tutto il diritto di fare causa ai suoi "padroni", ai quali auguro tanta fortuna nell'assunzione dei prossimi filippini. 
 
Perugia verso la verità
venerd́ 25 marzo 2011
Molti giornali scrivono che sul “coltello del delitto” di Meredith Kercher non sono state trovate sufficienti tracce di dna. In realtà la notizia non ha molto senso perché già si sa che quello non è il coltello del delitto: le ferite della povera Mez non sono compatibili con quel coltello, ritrovato in casa di Raffaele Sollecito. L’intera indagine è costruita su un teorema difficilmente dimostrabile, quello del “festino” erotico a cui la ragazza inglese avrebbe rifiutato di partecipare; per me, nessuno studente che si è messo da tre giorni con una bellissima ragazza americana e ne è innamorato sarebbe disposto a dividerla con un altro. Meno che mai se lui è bianco e l’altro nero (il timore del confronto è sempre presente…). Resto convinto che, dopo la condanna in primo grado fatta per non umiliare la procura, e accontentare l’opinione pubblica, in appello Amanda e Raffaele saranno assolti. Mai avuto dubbi sull’innocenza di Raffaele, qualcuno ne ho su Amanda che potrebbe essere stata testimone della follia di Rudy Guede, l’unico che ha lasciato evidenti tracce della sua presenza in quella casa quella sera. In ogni caso, è pazzesco che negli Stati Uniti sia stato girato un film con una ricostruzione ancora tutta da dimostrare e prima di una condanna definitiva.
 
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