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Dan Brown, che delusione
sabato 28 aprile 2012

Per motivi di spazio ho deciso a Natale di limitare l'acquisto di libri cartacei e prendere l'abitudine, quando possibile, di comprare le versioni per Kindle. Purtroppo l'esordio non è stato dei più felici: ricordavo con grande piacere la lettura del Codice Da Vinci, un libro giustamente definito "unputdownable", di quelli che non puoi mettere giù e ti tengono sveglio fino alle tre di notte; e ricordavo con piacere anche la lettura di "Angeli e Demoni", a parte il finale decisamente delirante. Così mi sono indirizzato sul Simbolo Perduto, l'ultimo viaggio di Dan Brown tra "antichi misteri" (espressione citata circa 80 volte nel corso del libro), massoneria, scale a chiocciola che portano a parole perdute eccetera. Credo, per farla breve, che sia uno dei libri più brutti che ho letto in tutta la mia vita, e forse il più brutto in assoluto confrontandolo con la potenzialità dell'autore. Perché a me, ripeto, Dan Brown era piaciuto e non sono mai stato uno di quelli che ne parlano male perché ha venduto tanto: avercene, o meglio ancora saperne scrivere, di libri così.

Purtroppo il Simbolo Perduto è lungo, noioso, verboso, con dialoghi improbabili, un uso del corsivo come "monologo interiore" che sarebbe da denuncia, due protagonisti mosci e stupidi, specialmente Langdon che continua a rifare mille volte le stesse domande perché l'autore deve spiegare al lettore quello che ha già capito da tre ore. Andava tagliato di almeno un terzo, e avrebbe potuto farlo un qualunque discreto editor ma sospetto che Dan Brown non lo abbia usato (se lo ha fatto, non oso immaginare come era la versione originale). E' un peccato, perché il tema mi intrigava moltissimo: la noetica, la sapienza perduta, i misteri della Bibbia... se ne poteva trarre davvero un altro grande libro. Se non l'ho scagliato contro il muro è solo per due motivi. Primo. a differenza del libro cartaceo il Kindle non si presta a questa pratica liberatoria. Secondo, il libro lo abbiamo letto ad alta voce io e mia moglie, alternandoci, e alla fine è diventata una cosa divertentissima, in cui ridevamo come davanti agli sceneggiatori di Boris (antichi misteri, F6!). Comunque daremo ancora fiducia al Kindle, l'importante è trovare i libri giusti. Ora proviamo a ripartire con La Morte di Ivan Ilic, e speriamo che i classici non tradiscano.    

 
Scrivo di corsa
domenica 25 marzo 2012

Non so perché lo faccio, visto che ho molti problemi a tenere aggiornato questo blog, e visto che anche su facebook intervengo raramente. Eppure, dopo averci pensato tanto, ho deciso di aprire un altro blog sul sito del Secolo XIX, il giornale dove lavoro. E' un blog dedicato alla corsa, quindi molto particolare; l'impegno a postare almeno una volta alla settimana mi costringerà se non altro ad allenarmi regolarmente. E' anche un modo di dare continuità al personaggio del commissario Luciani, che ultimamente - chi ha letto "La cacciatrice di teste" può immaginare il perché - ha avuto a sua volta poco tempo per mettere le Saucony ai piedi. Chi vuole seguirmi mi trova su scrivo di corsa Vi aspetto!

 
La linea del traguardo
venerd́ 10 febbraio 2012

Tre mesi esatti di silenzio, con la testa sott'acqua a scrivere, in ogni possibile ritaglio di tempo lasciato dal lavoro e dalla famiglia. Gli ultimi cinque chilometri del romanzo sono stati durissimi. Ho sbagliato strada molte volte, sono tornato sui miei passi, mi sono pentito di quello che avevo scritto e mi sono pentito di essermi pentito. Ero partito per fare una maratona, e alla fine è diventata una 100 chilometri del Sahara. Quando corro mi piace affidarmi alle tabelle, ma quando scrivo non potrei mai farlo, devo per forza procedere a tentativi. I personaggi hanno i loro diritti e non puoi decidere prima quello che dovranno fare, l'ultima parola spetta sempre a loro. Gli scrittori che stanno sei mesi a decidere la trama in tutti i particolari e tre mesi (o tre settimane) a scrivere fisicamente il libro li invidio, davvero, ma mi fanno anche un po' paura. Perché alla fine scrivere è un lavoro fisico, e ogni parola anche sbagliata, come ogni passo, ti porta un po' più lontano.

Oggi mi sento come una puerpera che ha bisogno di dieci ore di sonno e una siringa di morfina. 

 
Dead Man Running
venerd́ 11 novembre 2011
La mia avventura alla Maratona di New York si è conclusa mestamente al chilometro 37. Devastato da crampi, dolori di stomaco, disidratazione, agorafobia e senso di inutilità del tutto, ho gettato la spugna e sono tornato in albergo in taxi. Forse, e dico forse, avrei potuto camminare piano piano gli ultimi 5 chilometri e tagliare il traguardo, ma mi sembrava più dignitoso ammettere la sconfitta piuttosto che ritirare una medaglia di latta. Il mio obiettivo, già troppo ambizioso, era di chiudere sotto le 4 ore. In più, una volta lì, lo spettacolo del Ponte di Verrazzano e dell'incredibile tifo di Brooklyn mi hanno spinto un po' sopra ritmo. Divorati i primi 15 chilometri, ho capito già alla Mezza di non avere energie sufficienti, e al 28 ero un Dead Man Running spinto verso il precipizio. Credo che accada lo stesso a molti scrittori alle prese col primo romanzo: partono sparati, si accendono di entusiasmo, e piano piano perdono lo slancio e i punti di riferimento, cominciano a sbandare fino a essere costretti alla resa. Fu lo stesso per me, molti anni fa, ma dall'esperienza negativa nacque il nucleo dell'"Estate sta finendo". Il romanzo e la maratona, ora lo so, richiedono migliore programmazione iniziale, progressione costante, capacità di superare i momenti di crisi. Altrimenti, a un certo punto, l'idea di muovere un altro passo o scrivere un'altra riga ti ribalta lo stomaco. Curiosamente, mi trovo ora intorno al chilometro 37 del mio nuovo giallo. Li avevo visti crescere insieme, i due sogni del 2011, e avevo alternato non senza fatica le sessioni di allenamento e quelle di scrittura. Ora, dalla maratona fallita conto di prendere lo slancio per concludere il libro. Sono al chilometro 37, dicevo, ma la voglia di andare avanti è tanta, lo stomaco regge, la testa è (spero) lucida. E un po' più di esperienza, in questo campo, ce l'ho...
 
Antiquario, dove sei?
sabato 24 settembre 2011
Mi vergogno un po’ a fare l’Enzo Tortora della situazione, ma come a “Portobello” devo lanciare un appello stile “Dove sei?” all’antiquario genovese che l’anno scorso venne a trovarmi al Secolo XIX, raccontandomi una storia molto interessante su un antico ritratto che vorrei utilizzare nel mio prossimo libro. Purtroppo, disordinato come sono, ho perso il numero di telefono che mi aveva lasciato, e non ricordo assolutamente il suo nome. Se per caso legge queste righe, lo prego di ricontattarmi al giornale. 
 
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