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L'autogol di Povia
sabato 21 febbraio 2009
Ho seguito l’esibizione di Povia a Sanremo la prima sera, e mi è piaciuta. Specialmente quando ha alzato il cartello “Nessuno sa veramente come è fatto un altro”. Un invito a non giudicare il prossimo e a non pensare di possedere la verità rivelata. Poi l’ho rivisto l’altra sera e non mi ha per niente convinto. Soprattutto per un altro cartello, alzato alla fine, in cui aveva scritto “Serenità è meglio che felicità”. Brutto autogol. Magari è vero che la serenità è meglio della felicità, dipende dalle scelte di ciascuno, ma fa implicitamente intendere che Luca è ancora gay, lo è eccome. Solo che sceglie la serenità, la moglie, il figlio, la scelta socialmente più accettabile. Insomma mi sembra che Povia (o chi per esso) sia confuso non solo sessualmente ma anche logicamente. Quel secondo cartello contraddice il messaggio che si può non essere più gay e dà ragione a chi ritiene l’omosessualità un fatto genetico. Su questo punto, peraltro, continuo ad avere i miei dubbi: anche se le spiegazioni “freudiane” su famiglia e ambiente sono oggi piuttosto irrise, continuano a sembrarmi molto sensate. Probabilmente sia la genetica sia l’ambiente sia le persone che incontri - maschi  e femmine - contribuiscono a determinare le nostre scelte sessuali, che (com’è ovvio) devono restare assolutamente libere e personali.
 
La storia di Angela
giovedì 19 febbraio 2009
A volte ci sono storie che anche noi giornalisti cinici non riusciamo a sopportare. Quella di Angela l'hanno raccontata due bravi colleghi in un libro di Rizzoli, di cui ho scritto l'altro giorno mentre trattenevo lacrime di rabbia. Una bambina che a sei anni viene tolta ai genitori perché il padre è accusato di pedofilia, e data in adozione anche dopo che lui era stato assolto. Angela rivedrà i suoi genitori solo dieci anni dopo, e non certo per merito dei magistrati. 
 
Pater semper incertus
sabato 14 febbraio 2009

Ha fatto il giro del mondo la notizia che Alfie Patten, 13 anni, è diventato padre. Dopo un’unica copula, dicono, con una ragazzina di 15 anni che quella sera aveva dimenticato di prendere la pillola. Non ci sono ipotesi di reato, la polizia non indagherà. Eppure qualche dubbio, scusate, sarebbe lecito, specialmente vedendo il viso di questo bambino che di anni ne dimostra al massimo dieci. In Gran Bretagna le ragazze madri hanno un buon livello di assistenza, secondo alcuni addirittura troppo buono, al punto che alcune farebbero figli apposta per avere una casa. Se questa ragazza prendeva la pillola, significa che aveva altri amanti: come facciamo a essere sicuri che il padre sia veramente babyface e non, per ipotesi, un adulto? E che questa storia non sia stata imbastita per evitare guai a qualche maggiorenne e magari raccattare soldi da giornali, tv e gente di buon cuore? Non so se legalmente si possa fare un controllo sul dna del neonato, ma se un domani saltasse fuori che il babypapà non è un babypapà, non mi stupirei proprio per niente. Mater certa, pater semper incertus, specialmente in questo caso.

 
Un trilama nel buio
giovedì 29 gennaio 2009
C’erano una volta le lamette da barba. Un notevole passo avanti per chi era abituato a radersi con un pugnale affilato, stile Rambo. Poi arrivarono i rasoi usa-e-getta, con un supporto in plastica: molto comodi e molto consumistici. Andarono avanti per un po’, finché qualcuno inventò il bilama. “La prima lama estrae il pelo, la seconda lo taglia”. Utile. In effetti funzionava meglio. Quando apparve il trilama cominciai a pormi delle domande, tipo: come fuziona? Due lame tengono fermo il pelo, e l’altra lo decapita? Ma vabbè, ci poteva ancora stare. Ero certo che non avrei mai assistito alla nascita del quadrilama, ma mi sbagliavo, e di grosso. In una corsa che ricorda quella agli armamenti tra Usa e Urss, non solo esiste da tempo il rasoio con quattro lame, ma di recente ho visto pubblicizzare (giuro) quello con cinque! <Quando finirà tutto questo? - ho chiesto a mia moglie - quante lame avrà il prossimo rasoio? E lei: <Una sola lama. Ma che fa tutto>. Come direbbe Vonnegut: <E’ proprio così. E’ esattamente così>. Ah, io comunque sono tornato al rasoio elettrico.         
 
Quando capisci che sei vecchio/2
martedì 27 gennaio 2009
Di recente mi è capitato nuovamente di sentirmi vecchio, o meglio di capire che ho superato il mezzo del cammin di nostra vita. Nel giornale in cui lavoro un giovane collega era in difficoltà con la traduzione di una frase in genovese, che suona più o meno (i puristi mi perdonino l’orribile scrittura) “Va ciù un zeneize in t’un diu, che un foreste casou e vestiu”. La sua pronuncia era peggiore della mia trascrizione, e non ne veniva a capo. Così sono corso in suo aiuto con la traduzione (“Vale più un genovese in un dito che un forestiero calzato e vestito”, tanto per dire come siamo ospitali…). Fiero della mia performance, mi sono guardato intorno e mi sono reso conto con orrore che al giornale, ormai, sono uno dei veterani. I colleghi con i quali avevo cominciato sono in pensione da tempo, quelli neppure troppo anziani sono andati in prepensionamento, e io da “giovane Paglieri” erede del “Paglieri vero” (mio padre) sono diventato una specie di memoria storica del luogo. A 43 anni mi fa una certa impressione, e comunque non posso dire di non essermela andata a cercare. Come fioretto per il nuovo anno dimenticherò il genovese e cercherò di imparare il giapponese.
 
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