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Quanta strada nei miei sandali
mercoledì 01 settembre 2010

Quando accusarono Alberto Stasi per l’omicidio della fidanzata, uno degli indizi a suo carico era la sparizione di un paio di scarpe: come ricordete, il perno dell’accusa era che Alberto “non poteva non essersi sporcato” le suole delle scarpe calpestando il sangue di Chiara Poggi; e visto che le sue scarpe erano pulite, c’erano solo due spiegazioni: o le aveva lavate, o ne indossava un altro paio che aveva poi fatto sparire. In effetti un suo paio di scarpe era scomparso, e la spiegazione fornita (<Le ho buttate via a Londra alla fine della vacanza>) era stata giudicata poco convincente.

Invece proprio quella spiegazione, a me, era parsa assolutamente logica e plausibile: mi è capitato spesso, andando in vacanza, di portare un paio di scarpe vecchie (e perciò comode) e abbandonarle a fine viaggio, per lasciare spazio in valigia a qualche altro nuovo acquisto. Mi sembra anche un modo nobile per salutare delle compagne che mi hanno guidato su sentieri sconosciuti. Quest’anno, per esempio, ho lasciato a  Los Angeles i miei ormai mitici sandali di gomma da trekking, acquistati alla vigilia di un viaggio in Australia (nel lontano 2001!). Mi hanno fedelmente accompagnato sulla Costa Est australiana, poi in tante vacanze in Corsica, e ora hanno chiuso con la Costa Ovest degli Stati Uniti. Dal primo bagno a Port Douglas all’ultimo a Venice Beach, direi che di strada ne hanno fatta davvero tanta.

A proposito: riguardo ad Alberto Stasi, quando la difesa riuscì finalmente a far esaminare i computer maltrattati dagli investigatori, si trovò una email in cui Alberto diceva a Chiara che avrebbe buttato le scarpe a Londra. Come volevasi dimostrare.   

 
Caro amico ti scrivo. In corsivo
sabato 31 luglio 2010
Avere un figlio mi porta ogni giorno a riscoprire una parte di me bambino che avevo dimenticato o rimosso. Tra le cose piacevoli che sto recuperando c'è il corsivo, proprio quello con i quaderni a tre righe, le aste e tutti quanti gli svolazzi al posto giusto. Ma quanto era bello il corsivo?! Da bambino scrivevo bene, parole panciute e ordinate, e fino almeno a metà del liceo mi è uscita dalle mani quella scrittura un po' infantile, o femminile. Non tenevo diari ma scrivevo tante lettere agli amici, e ho continuato a farlo anche negli anni dell'università. Ma il computer prima, e le email poi, hanno soffocato piano piano la mia capacità di scrittura, hanno atrofizzato le dita tanto che da anni, se devo scrivere a mano, faccio una fatica bestiale, mischio lettere in corsivo, in stampatello, e altre mezzo inventate. La prima elementare di Leonardo mi ha fatto ripartire da zero. A volte, quando fa i compiti, mi metto vicino a lui, prendo un bel foglio pulito e comincio a copiare le parole che scrive lui. Mi sforzo di usare anche le maiuscole più assurde e più scomode, di distinguere bene la "S" e la "L", e tutte le volute dell'H. Il corsivo è lento, d'accordo, e non ha futuro, d'accordo, ma resta elegante ed è una piccola oasi di riposo in giornate sempre più caotiche e frettolose. Chissà se dopo il corsivo riuscirò a recuperare anche una penna stilografica, una carta da lettere, i vecchi indirizzi (quelli senza chiocciola) e scrivere a un amico qualcosa di più profondo di un sms.
 
La tripletta di Luciani
domenica 06 giugno 2010

Come forse saprete, è in libreria da qualche giorno il mio nuovo libro "La cacciatrice di teste", edito da Piemme.  Il terzo giallo che ha per protagonista il commissario Marco Luciani, dopo "Domenica nera" e "Il vicolo delle cause perse". Inutile dirvi che questo è il migliore ;-)

La storia è ambientata tra Genova, Camogli e Ventotene, dove il ritrovamento di un'antica statua mutilata dà il via a una serie di eventi drammatici, dei quali il commissario dovrà ritrovare il filo conduttore. Nell'ergastolo dell'isola Santo Stefano, un Panoptycon costruito alla fine del 1700 che consiglio a tutti di visitare (è prpprio di fronte a Ventotene) si svolgono alcune scene-chiave del giallo.

La settimana scorsa "Il Secolo XIX" ne ha pubblicato un'anticipazione, che ora potete trovare anche qui nella sezione racconti. Vi terrò informati sulle eventuali presentazioni, e naturalmente, come sempre, aspetto con interesse i commenti dei miei lettori, graditi e preziosissimi nel bene e nel male! 

 
Uno strano infanticidio
martedì 13 aprile 2010
Non sono così convinto che a uccidere il piccolo Alessandro, otto mesi, a Genova, sia stato l’amante della madre. E’ una storia orribile: due adulti (si fa per dire) strafatti di coca, in casa con questo neonato che piange e li disturba  e al mattino viene trovato morto. Qualcuno lo ha sbattuto per terra, o comunque gli ha rotto la testa, e non lo ha soccorso per ore. Lei dice che era uscita a cercare droga, e accusa lui. Lui dice che dormiva, si è svegliato e l’ha vista sbattere con violenza il bambino. I magistrati credono a Katerina, la madre, e l’hanno scarcerata, mentre Rasero, l’amante, resta in carcere. In letteratura esistono moltissimi casi di madri che uccidono i figli piccoli, e naturalmente ci sono anche casi di padri assassini. E di matrigne e patrigni che uccidono, per gelosia o per vendetta, i figli di primo letto del coniuge. Ma di amanti occasionali che uccidono il figlio della donna non ne ricordo, se non con moventi sessuali (ma è tutt’altra faccenda).
Un neonato che piange ti può portare facilmente all’esasperazione, e in qualche rarissimo caso all’esplosione di violenza e follia, ma questo accade perché senti di essere irrevocabilmente legato a lui, senti che il suo dominio su di te, sul tuo sonno, sulla tua vita, è ineluttabile e durerà non solo questa notte, ma la notte dopo e quella dopo ancora, per tutta la vita o almeno per molti anni a venire. E’ questa impossibilità di sfuggire che secondo me porta all’infanticidio. Perciò sarebbe interessante capire se Antonio Rasero e Katerina Mathas erano amanti occasionali, quante notti dormivano insieme, quanto lui si doveva occupare di Alessandro. E se Rasero aveva già abbandonato la sua altra famiglia, gli altri figli dei quali era, dicono, padre amorevole. Non so. Sono ragionamenti freddi, a tavolino, e i magistrati hanno tanti elementi a disposizione. La droga, poi, potrebbe avere avuto un ruolo decisivo. Ma se un delitto anche d’impeto ha un movente e segue comunque un filo logico, Rasero aveva altre via di fuga, del tutto non violente, dal pianto di quel bambino.
 
Ca(l)ciatori di teste
martedì 02 marzo 2010
Mamma mia, non aggiorno il mio sito da una vita ed è giusto che vi spieghi il perché. Dai primi di febbraio ho in parte cambiato lavoro, nel senso che sono sempre al “Secolo XIX” ma sono passato alle pagine sportive. Sono contentissimo ma per me è un mondo in parte nuovo, mi serve una fase di adattamento. Senza contare che fare tutti i giorni otto pagine (e qualcuna di più quando giocano Sampdoria e Genoa) non è una passeggiata. Tempo per cazzeggiare qui sopra (o su facebook, ormai praticamente abbandonato) ne resta poco. Anche la stesura del mio futuro libro si è fermata, ma a giugno troverete in libreria il nuovo giallo di Marco Luciani, edito da Piemme, che sono riuscito a completare prima del trasferimento. Vi svelo in anteprima il titolo: “La cacciatrice di teste”. A proposito: c’è un cacciatore di teste che vuole offrirmi un lavoro con lo stesso stipendio, sotto casa, ma part time? ;-)
 
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